Forse finalmente le donne atlete che dedicano il loro tempo e la loro professionalità alla carriera sportiva avranno un barlume di speranza nella considerazione che forse vedranno il riconoscimento dei loro basilari diritti come lavoratrici del settore.

E’ di recente uscita la notizia di questo “sconvolgimento naturale delle cose “ e Rendina mi ha chiesto come mai non avessi espresso un punto di vista o un parere al riguardo, conoscendo le battaglie che ogni giorno tento di fare sulla tematica della parità di genere , coinvolgendo nel lavoro donne, mettendo in risalto la professionalità delle donne, cercando di portare l’attenzione su un aspetto che nella mia mente logica è logico e ovvio, ma così non è nella pratica di ogni giorno : un uomo e una donna devono avere la medesima parità di dignità professionale.

Solo di recente ho organizzato convegni, o sono stata chiamata come relatrice in convegni, al riguardo coinvolgendo professioniste donne che hanno parlato accanto a me di questa tematica con pubblico differente a seconda dei casi: dai professionisti presenti con crediti formativi ad alunni di scuole.

Ora si discute a livello nazionale sulla possibilità di considerare necessario corrispondere una tutela previdenziale alle donne professioniste nel settore sportivo.

Il concetto di “professionismo “sportivo è conosciuto da tutti nel settore: allo stato attuale, giuridicamente, è previsto solo in 4 federazioni e solo per gli uomini.

È giusto? è ingiusto? È deleterio della nostra dignità di donne?  Sul punto le discussioni si protraggono da tempo e il mio parere personale conta ben poco, oltre ad essere di ovvia deduzione se persino l’amico Rendina mi dice, provocatoriamente, “ma non scrivi nulla al riguardo?”.

Nell’anno del Signore 2019, quasi 2020, dovere discutere ancora circa la possibilità di considerare le atlete donne professioniste è quantomeno degno di uno studio di sociologia, più che di diritto, e se posso lanciarmi in una provocazione voluta il problema sarebbe degno di un quadro clinico di un paese vecchio e ripiegato su sé stesso. Si potrebbe ipotizzare uno studio sociologico e antropologico della non evoluzione corretta di un paese che fa fatica a stare al passo con i tempi e che racchiude o circoscrive l’intero problema nella frase “ma le federazioni non lo prevedono “.  Si risolve tutto in una breve frase, spesso fra l’indignazione o la costernazione di non conosce questa “limitazione” in diritto.

Pochi giorni fa, dinanzi a 250 ragazzini di una scuola superiore abbiamo proprio parlato di questo e il silenzio è calato sulla sala, quasi gelando ognuno di noi.  I ragazzi di questa nuova generazione presenti in aula si sono indignati nel sentire la solita storiella vecchia di anni “ ma le federazioni non lo prevedono” e ho provato un piacere emotivo fortissimo quanto ho lanciato una provocazione riguardo alla disparità di genere in ambito sportivo chiedendo loro, come faccio spesso , se reputano che un uomo e una donna possano svolgere i medesimi sport senza problemi di sorta e di genere, portando l’esempio di un precedente convegno che abbiamo organizzato in cui si parlava proprio di questo “ la disparità di genere in ambito sportivo “. Ed è nata una riflessione bellissima.

Nel primo convegno in cui si parlava della possibilità di una donna di praticare sport considerati poco femminili come il calcio e della possibilità di parlare di sport poco “ virili “ come la ginnastica artistica per gli uomini, vennero fuori riflessioni sociologiche, psicologiche, storiche perché il convegno era indirizzato a gente della mia generazione o di quella prima, che tradotto sta per “vecchi “ e “più vecchi” dove si portavano testimonianze di difficoltà emotiva a partecipare a sport non considerati  “ idonei “ negli stereotipi generali sociali  e si parlava della difficoltà economica di chi sceglie ,ad esempio, di essere professionista donna nel calcio, con compensi irrisori rispetto ai milioni dello sport calcio maschile, sulla difficoltà di attirare sponsor, sulla difficoltà di attirare pubblico .

Situazione diametralmente opposta e “rivoluzionaria “invece dinanzi ai ragazzi delle scuole superiori. Alla mia domanda, provocatoria, “considerate poco femminile per una donna praticare calcio o poco virile per un uomo praticare balletto?” si sono alzati, indignati, costernati dal sentire una domanda del genere. Un ragazzo, con l’irruenza della gioventù che ti permette di infervorarti, di arrabbiarti, di indignarti, si è alzato, ha preso il microfono e mi ha detto “la domanda è già sbagliata in partenza perché con quella domanda lei stessa pone una differenza di genere che non esiste. Se una ragazza vuole praticare sport estremi nessuno le toglie la sua femminilità e se un ragazzo vuole fare balletto nessuno gli toglie la sua virilità” e dietro lui un coro di consenso, un applauso scrociante…. Io mi sono emozionata, lo ammetto.  Ho fatto finire l’applauso fino al punto di dirgli poi, dinanzi a tutti” ti abbraccerei dalla gioia e abbraccerei dalla gioia ogni singolo di voi che ha applaudito.”

È stato per me un momento di una emozione fortissima in cui ti rendi conto che forse c’è futuro nelle prossime generazioni dopo il fallimento delle nostre.

Purtroppo, l’emozione è stata rotta da una mano alzata, un ragazzo gracile e educato che, preso il microfono in mano, ha detto “sì, tutto molto interessante, qui fanno tutti i fenomeni ma poi l’altro giorno in una discussione fra di noi un nostro compagno è stato preso in giro perché fa danza …. “e li ti rendi conto che c’è ancora molto da fare in termini di educazione e di rispetto.  Ma la speranza c’è, la speranza nelle nuove generazioni.

Esattamente come c’è la speranza che finalmente si trovi il modo, giuridico, di tutelare chi lavora e vive di sport in termini corretti e senza discriminazioni legate al genere.

Discriminazioni che esistono ancora legate ad altri fenomeni, inquietanti come quelli di genere e illogici come quelli di genere. 

Leggevo, io come sicuramente molti di noi, della calciatrice di colore della Juventus Eniola Aluko, nazionale inglese che vanta più di 100 presenze in nazionale, ingaggiata in Italia dalla Juventus che ha deciso di fare le valige e lasciare il nostro bel paese, pieno di poeti, di santi e di navigatori perché non riesce più a tollerare il razzismo che le si riversa addosso in quanto donna dalla pelle scura.

Non mi sembra di avere sentito in difesa sua cori come quelli verso l’altro campione di calcio, uomo. Sembra quasi che tutto passi in sordina e il suo allarme cada in un silenzio tombale, il medesimo che ha permesso che nell’anno del Signore 2019 quasi 2020 si debba ancora parlare di “oddio e come mettiamo i contributi alle atlete? Diamo degli sgravi contributivi? Fino a che tetto di sgravi glieli diamo? Ma per maternità e malattia come facciamo?”, in una sorta di falsa parità di genere che ha ancora molta strada da fare fino a raggiungere un barlume di dignità umana.

Quindi, caro Rendina, ti lancio io una provocazione: ti sembra possibile che si stia ancora parlando di questo nel 2020?

Questa riflessione mi ha fatto nascere l’idea di un progetto che sto portando avanti con le splendide donne che mi hanno accompagnata in questo percorso di convegni sulle tematiche femminili, alcune delle quali fanno parte della rete #fiscocsen : un libro sulle esperienze di vita sportiva  in cui si è vissuto sulla propria pelle l’orrore dell’essere considerati “inappropriati o fuori luogo ”.

Lo stiamo strutturando e verrà pubblicato in primavera.  

Io provai il fastidio di sentirmi inappropriata quando, in adolescenza, la mia insegnante di ginnastica artistica – io che sognavo le Olimpiadi e le medaglie -mi disse, riassumendo “sei simpatica cara ma dedicati a qualcosa che sai fare che di sicuro non è diventare campionessa di ginnastica artistica “.  Ma il mio fastidio non era legato a disparità di genere, colore della pelle, razzismo o altro ma solo che sembravo Paperino che tentava di fare ginnastica artistica.


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