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Dalla ASD alla SSD: evoluzione o ripiego? – Seconda parte

Dalla ASD alla SSD: evoluzione o ripiego? – Seconda parte

L’associato è colui che l’associazione accoglie (previa istruttoria della sua domanda di ammissione) a far parte del sodalizio senza particolari requisiti o formalità: è interesse dell’associazione allargare la base associativa poiché significa che i fini istituzionali vengono estesi e divulgati trovando condivisione; nel momento dell’accoglimento, l’associato diviene titolare dei diritti e doveri previsti nello statuto; di contro, senza rivestire la qualifica di associato non è generalmente possibile partecipare alle attività dell’associazione. In sintesi, sono gli associati a condividere le risorse dell’associazione e ad “autoconsumarle” secondo il principio del mutuo beneficio e senza che debba essere necessariamente individuato alcun elemento economico o patrimoniale da riconoscere nel momento dell’ammissione.

La base ristretta che versa il capitale sociale e dota il club di un patrimonio finanziario con cui effettuerà gli investimenti è costituita dai soci. L’elemento economico e patrimoniale è evidente: il capitale sociale del quale la società deve obbligatoriamente dotarsi proviene dai soci, i quali sono tenuti a garantirne l’integrità nel tempo laddove la società consegua delle perdite di gestione e non è detto assolutamente che la società abbia l'obiettivo di allargare la base sociale (sensibile differenza rispetto alle ASD) poiché l'intento resta il mantenimento di un controllo economico soprattutto in presenza di importanti investimenti finanziari da eseguire, a fronte dei quali stabilire un indirizzo di gestione coerente nel tempo (che non potrebbero essere garantiti in una ASD dove la base associativa potrebbe in qualunque momento nominare una nuova governance con diverse idee gestorie); questo aspetto, croce e delizia nello sport dilettantistico, è spesso alla base di contestazioni tributarie in occasione di accessi dell'Amministrazione Finanziaria, che in esso “legge” un intento “profit” proprio per la ridotta democraticità, forse non rammentando la legittima differenza proprio fra associato, socio e frequentatore e, più marcatamente, dimenticando che il modello societario nella gestione dei club sportivi è stato previsto dal Legislatore ben quattordici anni fa (L. 289/2002).

Nella società commerciale tradizionale i soci attendono il ristoro degli utili di fine esercizio, caratteristica non ripetibile nelle SSD per la già vista lettera a). Ma sono i soci, e solo essi, cui è riservata la sovranità nelle decisioni legate alla vita della società; sono essi a nominare gli amministratori, ad approvarne l’operato, a modificare lo statuto. Cosa ben diversa nelle SSD sono i frequentatori, tesserati, titolari del solo diritto di fruire dei servizi posti nei locali sportivi senza alcun diritto o dovere sul capitale della società, che resta autonomo rispetto al patrimonio personale dei soci (autonomia patrimoniale perfetta, acquisita con l’iscrizione al Registro Imprese da cui deriva la personalità giuridica).

Certo, è possibile prevedere clausole statutarie coerenti con la previsione di cui alla lettera c) del 148 comma 8, ma mentre nella ASD la qualifica di associato attribuisce sia il diritto di frequentare i locali e svolgere attività sportiva, sia il diritto di partecipazione alle decisioni gestionali del sodalizio, nella SSD la qualifica di partecipante o frequentatore (o tesserato) garantisce il solo diritto alla frequentazione dei locali e alla pratica sportiva; la partecipazione alle decisioni sulla gestione e sulla sorte societaria sono infatti attribuite rigorosamente a chi riveste la distinta qualifica di socio, titolare di una quota del capitale sociale.

Oggi siamo sicuri del fatto che i tesserati di una SSD affiliata a FSN/EPS/DSA e iscritta al registro Coni possano frequentare l’impianto sportivo avendo pagato un corrispettivo che per la società non ha rilevanza commerciale: la Risoluzione 38/E del 17/5/2010 dell’Agenzia delle Entrate ha infatti precisato che nei confronti dei frequentatori/praticanti non soci della SSD l’agevolazione di cui al terzo comma del 148 Tuir (la detassazione dei proventi da quote/abbonamenti) sia applicabile qualora (i) i destinatari delle attività risultino tesserati dalla FSN/EPS/DSA e (ii) le attività svolte siano direttamente collegate agli scopi istituzionali; la stessa circolare precisa anche che qualora le attività siano svolte da non soci e non tesserati, gli incassi relativi assumono ovviamente rilevanza reddituale. Fra l’altro, non tutti hanno colto la portata chiarificatrice della Risoluzione laddove ammette la possibilità che negli stessi locali sia svolta la medesima attività sportiva dilettantistica da tesserati e da non tesserati: gli incassi dei relativi corrispettivi (rispettivamente no-profit e profit) potranno convivere e verranno distintamente contabilizzati anche ai fini della debenza tributaria e dell’obbligo dichiarativo. Si è invece talvolta assistito a contestazioni in occasione di verifiche tributarie per il solo fatto che la SSD sottoposta a controllo consentiva la fruizione dei servizi anche a non tesserati.

La lettera d) prevede l’obbligo di redigere e approvare annualmente un rendiconto economico e finanziario secondo le norme statutarie: per la SSD (in quanto società di capitali) esiste l’obbligo di redazione del bilancio d’esercizio (2423 e seguenti c.c.) e del suo deposito al registro delle Imprese entro trenta giorni dall’approvazione (da parte dei soci). Le norme civilistiche prevalgono su quelle fiscali, dunque l’obbligo in seno alla ASD è ben più strutturato e complesso in capo alla SSD.

La lettera e) riguarda l’eleggibilità libera degli organi amministrativi, il principio del voto singolo ex art. 2532 comma 2 c.c., la sovranità dell’assemblea dei soci/associati, i criteri di loro ammissione ed esclusione, la regolamentazione dell’assemblea e le modalità di voto: trattasi obiettivamente di previsioni che anche lo statuto della SSD deve comunque contenere, semmai con l’eccezione che la società di capitali classica prevede generalmente che il diritto di voto sia proporzionale all’entità della quota di capitale sottoscritta (quindi chi ha il 51% ha di fatto la maggioranza assembleare), mentre la SSD è corretto che preveda il voto “per testa” come nelle società cooperative.

La lettera f) impone l’intrasmissibilità (e irrivalutabilità) della quota o contributo associativo ad eccezione del trasferimento mortis causa. Se volessimo pedissequamente recepire tale clausola nella SSD impedendo quindi la cosiddetta “cessione di quote”, dovremmo obbligatoriamente (2469 c.c.) preoccuparci di regolamentare il recesso del socio, da cui l’art. 2473 c.c. fa derivare il diritto per il socio recedente di ottenere il rimborso della propria partecipazione in proporzione al patrimonio sociale, tenuto conto del suo valore di mercato. Ma abbiamo visto che la lettera a) vieta la distribuzione di riserve o patrimonio, dunque dovremmo prevedere il recesso gratuito del socio, anche per “difendere” il patrimonio sociale che non verrebbe scalfito o ridotto dall’uscita di un socio. Ma, se prevediamo il recesso gratuito, si genera automaticamente una illegittima rideterminazione della percentuale di partecipazione al capitale dei soci superstiti, ancorché ininfluente sulle decisioni e delibere in quanto prevale il principio del voto singolo, tuttavia sicuramente importante all’esterno per ogni valutazione ad esempio legata alla fiducia creditizia o ad ogni considerazione riconducibile alla violazione del rapporto fra investimenti eseguiti da ciascun socio e percentuale di partecipazione al capitale.

Viene allora in soccorso lo studio nr. 5271/I del Notariato del 17/9/2004 che sostanzialmente non esclude la possibilità di variare la compagine sociale mediante trasferimento delle quote sociali (purché a un prezzo che non superi il valore nominale per non raffigurare un conseguimento indiretto di utili) e che, anzi, allarma sul pericolo derivante dal rimborso del capitale al socio recedente: con la cessione di quote, invece, non si va a ridurre il patrimonio, né si distribuiscono riserve della società, semmai si viola il principio di “intrasmissibilità della quota” che tuttavia, a sua volta, viola la superiore norma contenuta nell’art. 2469 del codice civile il quale prevede che “le partecipazioni sono liberamente trasferibili per atto fra vivi e per successione a causa di morte, salvo contraria disposizione dell’atto costitutivo” e che nel caso sia vietato il trasferimento di quote la società deve prevedere il diritto di recesso ex 2473 che, abbiamo visto, a sua volta garantisce il diritto del socio a ottenere il rimborso della propria quota del patrimonio sociale.

Una revisione o un’interpretazione della norma, come si capisce, sarebbe auspicabile.

Nel frattempo si sono formate due scuole di pensiero: l’una rigida e formale, che punta all’osservanza letterale della norma tributaria impedendo la cessione di quote ma prevedendo il recesso (tuttavia, coerentemente, senza rimborso del patrimonio, con il conseguente indebito accrescimento patrimoniale della quota dei soci superstiti), l’altra che si addentra nella sostanza e nel comportamento concludente, evidenziando come non si crei distribuzione di patrimonio o di utili allorquando si ceda al valor nominale (o a prezzo simbolico, oppure a zero) una quota del capitale della SSD, visto anche che in questo secondo caso – indipendentemente dal prezzo corso fra le parti - il patrimonio della società resta totalmente estraneo e impregiudicato rispetto al negozio che si concretizzerà fra due soggetti privati (il vecchio e il nuovo socio).

Un diffuso assunto prevede che non si possa dar luogo alla cessione di quote della società a meno che non si intenda rinunziare alle agevolazioni ex 148 Tuir; un secondo orientamente prevede la possibilità di far circolare le quote societarie (di natura ben diversa dalla quota associativa) purché ad un prezzo non superiore al valor nominale così da evitare la formazione di un lucro nel passaggio.

Nel ritenere che non si possa in alcun modo dar luogo alla cessione di quote societarie, a mio avviso, si finisce per evidenziare una “debolezza” laddove, di fronte alla volontà di avvicendamento fra due persone nella detenzione di una quota di capitale sociale, magari con la corresponsione di un mero rimborso (che secondo questa tesi finirebbe per non poter essere dichiarato), si debba finire per simulare l’istituto del recesso a rimborso zero, visto che dal 148/8-a) deriva il divieto di distribuire anche il capitale o sue parti, e il contestuale (o di poco distante) ingresso di nuovo socio con aumento di capitale: incentivo all'elusione?

In realtà può essere utile andare ad esaminare l’intenzione del Legislatore il quale, di fronte al previgente vincolo del divieto di trasferimento quote nella ASD contenuto nel già articolo 111 - poi 148 - del Tuir, nel riproporre una norma (quasi) fotocopia di questa, tuttavia finalizzata al riconoscimento sportivo dilettantistico, scrive il comma 18 dell’articolo 90 L. 289/2002 senza riproporre il divieto di trasferimento delle quote e limitandosi a prevedere la generica assenza di fini di lucro, dunque di fatto (ma anche di diritto, azzarderei) non escludendo di poter cedere le quote, almeno ad un prezzo non superiore al valor nominale così da rispettare lo stesso comma 18 lettera a) nr. 1) sull'assenza di lucro (in questo caso indiretto, ma sempre lucro).

Certo, la lettura stringente del 148/8 fa prudentemente ritenere che se la SSD conforme al comma 18 intenda anche fruire delle agevolazioni ex 148/3 debba adottare uno statuto conforme all'anzidetto ottavo comma finendo per vietare la cessione di quote di capitale, ma dobbiamo riflettere sulla natura diversa della quota di società e della quota associativa e, per farlo, è necessario partire dalla differente natura del rapporto societario e di quello associativo, ma anche dal fatto che la quota societaria “è detenuta” (per sua natura trasferibile, anche per donazione) ed è tutt'una coi diritti e doveri di socio che porta al titolare, mentre la seconda “è pagata/rinnovata” e dunque è rappresentativa solo di un momentaneo adempimento finanziario che potrebbe anche essere pari a zero se il consiglio direttivo deliberasse in tal senso (quindi i diritti e doveri di associato non sono fusi nella “quota” associativa, semmai ne derivano).

Ecco il principale motivo per il quale, a mio avviso, siamo di fronte ad un intervento incompleto di quel Legislatore che promulgò il comma 18 senza intervenire sul 148/8: considerata la carente normativa di settore, si ritiene più probabile che ciò sia avvenuto per distrazione (prevedere le ssdrl senza tener conto della circolazione delle quote societarie) che per aver davvero voluto vincolare le agevolazioni del 148/3 ad uno statuto ex 148/8 anche per soggetti con normazione già collaudata e non confliggente con quella “sportiva”.



Simone Boschi
Commercialista e Revisore legale dei Conti, Firenze