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Fondi Europei e Terzo Settore

Fondi Europei e Terzo Settore

intervento di Simone Boschi al convegno su

I FONDI EUROPEI E IL RUOLO DEL COMMERCIALISTA

organizzato dalla AIPE – Associazione Italiana Progettisti Europei.

Sala Aldo Moro – Camera dei Deputati – Piazza di Montecitorio

Roma, 24 Novembre 2016

Il fenomeno dell'affermazione e del riconoscimento di un'economia sociale in Italia sta crescendo a ritmi esponenziali, tanto che lo stesso Governo ha ritenuto non più rinviabile l'avvio di lavori normativi tesi a regolamentarne ambiti e prerogative, come in effetti sta accadendo in seno al riassetto normativo del Terzo Settore, la cui più conferente chiave di lettura, il nucleo concettuale, sta a mio avviso nel progressivo passaggio dal non-profit al no-profit, e non si tratta di un esercizio semantico bensì della constatazione di quanto sia moderna la previsione di imprenditori disposti a destinare ed investire parte dei propri utili in programmi e progetti di utilità sociale azzerando la relativa marginalità aziendale, accanto alle classiche organizzazioni che per istituzione sono dedite esclusivamente a questo ed operano senza profitto ab origine.

Ed è quantomeno auspicabile che l'etica dell'incentivazione ad investire nel Terzo Settore porti ad estendere ai primi quelle agevolazioni già esistenti per le seconde: ad esempio, sono lustri che il Legislatore italiano non solo  consente  ma addirittura  auspica che gli enti non commerciali riescano in autonomia a reperire fonti esterne con cui finanziare l'attuazione dei loro fini statutari, traducendo tale auspicio in un alleggerimento fiscale che non riguarda solo il perimetro delle imposte sul reddito bensì anche la disciplina IVA, tributo dai connotati comunitari.

Ed è proprio l'Europa che afferma da dieci anni, sempre a titolo di esempio, il principio di esenzione da IVA delle prestazioni rese da organismi senza fini di lucro alle persone che esercitano lo sport o l’educazione fisica: così dispone infatti l'articolo 132, lett. m) della Direttiva 2006/112CE.

Ed è sempre l'Europa che conferma tale principio in seno ad un recente giudizio avanti la Corte di Giustizia (Sentenza 19/12/2013 n. 495/12) di fatto raccomandando agli Stati membri che recepiscano l'assunto secondo cui l'assenza di fini di lucro non può non consentire l'accesso a benefici fiscali concretizzabili poi in vantaggi per il consumatore in termini di minor prezzo.

Lo scenario descritto mi consente di introdurre alcune riflessioni sui Fondi Europei a favore del Terzo Settore, pur senza voler entrare in tecnicismi o elencare le caratteristiche degli aiuti possibili, compito che riservo ai Colleghi più esperti di me.

Va premesso che i Fondi costituiscono un indiscutibile sostegno finanziario a progettualità provenienti indistintamente da imprese, professionisti, organizzazioni non lucrative:  ciò avvalora la prevalenza del contenuto sul contenitore, da cui la conclusione di una non peregrina familiarità fra l'attività istituzionale svolta da un ente non commerciale e quella tipica di un'impresa (sarò monotono, ma, a mio parere, proprio lì sta l'impresa sociale e ci sta davvero bene), tanto che esistono associazioni e fondazioni che per dimensioni economiche, patrimoniali o territoriali risultano superiori e più performanti rispetto ad aziende svolgenti la medesima attività.

Interesse → Coinvolgimento → Progettazione → Attuazione:

ecco gli elementi fondanti che, attivando i numerosi stakeholders, elevano un'idea al rango di opportunità e oltre, fino a quello di competitività e di rilevanza europea.

I programmi europei sono tanti ed occorrerà innanzitutto individuare quello più adatto all'idea progettuale: mi vengono a mente (ma è solo un riduttivo esempio) le iniziative per l'ambiente, per i giovani, per la cultura, tutte patrocinate dal Ministero per i beni e le attività culturali.

Si dovranno poi identificare i partners che ci affiancheranno nel progetto secondo proprie caratteristiche, competenze o capacità finanziarie: chi è specializzato nella consulenza per l'accesso ai fondi europei sa anche che esistono dei data-base internazionali contenenti i riferimenti e i contatti di potenziali partners che hanno dato disponibilità ad appoggiare determinati progetti europei, da cui l'inevitabile necessità di mantenersi sempre informati, aggiornati e avidi di approfondimenti soprattutto mediante piattaforme internet.

Frattanto si dovrà lavorare assiduamente alla definizione degli obiettivi progettuali, verificandone la congruità e la coerenza rispetto alle politiche comunitarie: in questo ci aiuta la consultazione dei Libri Verdi¹ e dei Libri Bianchi² europei, che dovremmo ben conoscere se intendiamo affermarci in questo ambito di consulenza.

E' innegabile che per preparare una proposta progettuale di successo occorrerà conoscere profondamente la strutturazione gestionale, economica e decisionale del proponente, in special modo quando esso appartenga al Terzo Settore ed operi in virtù di una legislazione speciale – magari integrata da codifiche statutarie - che potrebbe evidenziare profili confliggenti con il progetto o semplicemente con la richiesta di accesso ai fondi europei, sebbene i fondi e finanziamenti comunitari conservino sempre una matrice legata all'interesse della comunità.

In questo contesto non va dimenticata la “direzione” del percorso progettuale: rischia infatti di essere inutile il lavoro attorno ad un progetto che sia attuabile solo a seguito dell'accesso al finanziamento, anzi, quel progetto dovrà dimostrare la propria sostenibilità, ovvero la sua sopravvivenza all'aiuto finanziario richiesto.

Non è questione da poco, considerato che nel Terzo Settore è già difficile il crowfunding, figuriamoci attrarre aiuti finanziari importanti; tuttavia è bene sapere che la partecipazione ad un progetto da parte di un cofinanziatore, pubblico o privato, viene valutata positivamente dalla Commissione europea.

Nella fase forse a noi più familiare, la stesura del piano attuativo e di quello finanziario del progetto (con poi la relativa rendicontazione), emergono indubitabilmente le nostre caratteristiche più spiccate di etica, di tutela della legalità, di esperienza specifica: chi lavora nel Terzo Settore sa che in pochi anni si è passati da una diffusa approssimazione data anche dall'assenza di norme stringenti (soprattutto in ambito contabile) ad una rigorosità costretta da nuova legislazione o magari dalle severe conseguenze di un accesso tributario o lavoristico, e oggi stiamo parlando addirittura del pianeta Europa: non è un'evoluzione solo degli operatori del no-profit,  ma  anche  nostra.

La crescente attenzione riservata al no-profit è dimostrazione di nuovi interessi, esigenze funzionali e aspettative che per troppo tempo hanno costituito una grigia periferia del moderno pensiero economico e politico.

E' tempo di emancipazione, di rivincita, di affermazione, di riconoscimento di quella valenza sociale che può avere sia un piccolo circolo ricreativo, sia una grande Onlus che si occupi di ricerca scientifica.

La politica europea sui fondi per il Terzo settore, a mio parere, parla chiaramente di codesta affermazione e invita a voler considerare il mondo del no-profit superando sia la visione frammentaria tipica di un'Italia che per lustri lo ha pigramente abbinato a correnti politiche, sia quella più tipica della dicotomia “pubblico / privato”.

La cultura associativa siamo noi, è la nostra libertà costituzionale (art. 18), è arbitrio dell'uomo che osserva la legge e nella legge trova gli strumenti di cittadino. Giuseppe Mazzini (“I Doveri Dell'Uomo”, 1860) sosteneva centocinquant'anni fa che “La libertà dà facoltà di scegliere fra il bene ed il male, cioè fra il dovere e l'egoismo. L'educazione deve insegnare la scelta. L'associazione deve dare le forze con le quali tradurre la scelta in atto. Il progresso è il fine cui mirare scegliendo, ed è ad un tempo, quando è visibilmente compiuto, la prova che non vi fu inganno nella scelta. Dove una sola di queste condizioni è tradita o negletta, non esiste uomo né cittadino, o esistè imperfetto o inceppato nel suo sviluppo.

Eccoli, gli elementi fondanti del Terzo Settore, oggi perfezionati nei concetti di solidarietà e sussidiarietà, concetti molto presenti nel mondo del sociale che oggi impone di centrare meglio la soddisfazione dei bisogni del cittadino (si pensi alle Residenze per Anziani Autosufficienti che stanno diffondendosi più delle Residenze Sanitarie Assistite, fra l'altro con una partecipazione di private equity impensabile solo dieci anni fa)!

Dalla solidarietà e dalla sussidiarietà derivano regole di scambio diverse da quelle dello Stato (primo settore) e del Mercato (secondo settore), regole più spicce, volte alla responsabile realizzazione del “bene comune” senza attendere l'intervento pubblico o quello privato: la Comunità Europea non si sta dimostrando insensibile a questa frenesia, tanto che i programmi di sostegno finanziario al Terzo Settore sono lì, sono tanti, sono pronti a marchiare a fuoco e tutelare il principio di sussidiarietà nel nome dell'antico modello associativo via via evoluto e assuefatto al mutare economico e sociale imposto dalla Storia e dalle esigenze dell'Uomo.

Anche noi, in Italia, dobbiamo saper andare oltre: i lavori in corso al Terzo Settore (finalmente affidati a dei decreti delegati: saranno dunque norme coordinate, solide e stabili) dovranno dimostrare che si è stati in grado di togliere il macchinoso scafandro legislativo (e politico) che non ha saputo impedire, negli anni, una proliferazione normativa a compartimenti stagni, talvolta affidata a Onorevoli pigmalioni che nella assoluta bontà del loro intento hanno però finito per preferire frazioni di norme e non l'intero, assecondando chi associazioni, chi fondazioni, chi cooperative sociali, generando un sistema eterogeneo (talvolta contraddittorio, talvolta confliggente) e risultati non sempre soddisfacenti.

Speriamo che le esigenze di bilancio pubblico non impongano di troppo perimetrare la riforma.

Le politiche europee, consapevoli che la sussidiarietà sopravvive grazie all'autogoverno e all'autonomia finanziaria, propongono un sistema di economia comunitaria quale alternativa all'economia di mercato, anche perché se da una parte si parla tanto di affermazione del volontariato (almeno in chiave di tutela e riconoscimento dei soggetti no-profit meritevoli di restare fra quelli destinatari di aiuti di Stato), dall'altra è ben visibile come anche il Terzo Settore veda aumentare la domanda di servizi da erogare e sia costretto ad aumentare la domanda di lavoro retribuito.   

Ancora una volta si potrebbe tornare a parlare di impresa sociale, di incremento delle interessenze tipicamente imprenditoriali nel tessuto no-profit.

L'Europa  non  può  non  scommettere sull'economia sociale, ritenendo forse che il potenziamento della responsabilità sociale e ambientale delle imprese possa consentire forti maturazioni dei suoi Stati membri:  è dal 2001 che il Libro Verde europeo parla di responsabilità sociale delle imprese vista come integrazione su base volontaria delle imprese,  delle preoccupazioni sociali e ambientali   nelle loro operazioni commerciali e nei rapporti con le parti interessate.

Del resto è proprio il carattere volontario della responsabilità sociale a dimostrare che non è più tempo di zavorrare l'impresa ad adempimenti imposti dalla legge: pur apprezzando le strategie di mercato (e guai ad ignorarle) ci sono dei bisogni da soddisfare, vi è voglia di provare ad arrivare ad un determinato livello di benessere se non col ristoro di utili in denaro almeno con la redistribuzione di servizi, anche in chiave previdenziale o almeno assistenziale, visto il bisogno di alloggi, di occupazione, di servizi ai giovani e agli anziani, perché no, di impianti sportivi e luoghi di ricreazione.

I fondi europei possono davvero diventare determinanti per l'attuazione di progettualità coerenti coi principi fondanti del Terzo Settore.

Il Commercialista capace di supportare le organizzazioni non lucrative nel percorso di accesso a questi aiuti comunitari, può assicurarsi un tipo di attività professionale nuovo, zeppo di lavoro e remunerativo.

1 - secondo la definizione ufficiale riportata sul portale dell'Unione Europea, i Libri verdi sono documenti di riflessione su un tema politico specifico pubblicati dalla Commissione; sono prima di tutto documenti destinati a tutti coloro - sia organismi che privati - che partecipano al processo di consultazione e di dibattito.
 
2 - secondo la definizione ufficiale riportata sul portale dell'Unione Europea, i Libri bianchi sono documenti che contengono una raccolta ufficiale di proposte di azione comunitaria in un settore (politico) specifico e costituiscono lo strumento per la loro realizzazione; talvolta fanno seguito a un libro verde pubblicato per promuovere una consultazione a livello europeo.

 

Seguono: due quesiti dei congressisti, con relative risposte

D. - “una volta realizzato lo studio tecnico del progetto (e relativo piano industriale) quanto tempo passa dalla sua presentazione (e/o approvazione) fino all'erogazione della prima tranche?

R. - va innanzitutto eseguito esaminato il bando anche al fine di attingere ogni informazione riguardante le tempistiche previste per l'erogazione.

Vi può essere differenza fra l'accesso ad un fondo a gestione diretta, dove è l'Unione Europea ad erogare materialmente il capitale al beneficiario, o ad un fondo a gestione indiretta (es. FESR) per il quale i fondi sono trasferiti dall'Unione Europea agli enti regionali e provinciali incaricati della materiale erogazione con loro diretta responsabilità di gestione e di distribuzione dei capitali.

In linea di massima, per avere notizie sulla riuscita o meno del progetto, i tempi di attesa possono oscillare da due-tre mesi dal Contact Point nazionale se è efficiente, fino a sei mesi per la risposta ufficiale; poi ovviamente inizia a decorrere il tempo per la materiale erogazione; per fare un esempio, la Regione Toscana – nell'ambito dei Fondi Europei per la Formazione – non supera l'anno finanziario successivo a quello di presentazione del progetto.

 

D.quando il finanziamento è sia a fondo perduto che garantito, la banca vuole a garanzia solo i beni dell'attività o altro? Ci sono accordi con le banche?”

R. -  Va innanzitutto evidenziato che il ricorso a fonti esterne nel terzo settore è tipico di rapporti di conoscenza “bancaria” non occasionale e tendenzialmente è basso, sia perché è caratteristica tipica del terzo settore l'infrequente ricorso a dette fonti esterne, sia in quanto effetto della bassa garantibilità dei prestiti in tale ambito.

Quando avviene, si genera un inevitabile e prezioso partenariato fra l'Ente no-profit e i soggetti che possono fornire garanzie a qualunque titolo: mi viene a mente ad esempio il semplicissimo patto di riacquisto del venditore in caso di leasing immobiliare, ma è il caso di soffermarsi meglio su questo argomento poiché il ruolo del Fondo Europeo per gli Investimenti gioca un ruolo importante anche in termini di garanzie e non si può certo ignorare l'analogo intervento dei Fondi di Garanzia, dei Confidi, delle stesse Banche (prevalentemente Banca Etica, i Crediti Cooperativi, Banca Prossima), insomma di un sistema volto a reperire la filiera occorrente per sostenere la restituibilità del prestito spaziando dagli interventi fidejussori anche personali, fino a quelli ipotecari.

In questo meccanismo si sono inserite anche iniziative consortili semplici (vedi Solidarfidi, per imprese sociali e cooperative) e strumenti di garanzia più complessi come il cosiddetto “Terzo Valore” di Banca Prossima (gruppo S. Paolo) che prevede l'emissione di titoli obbligazionari con garanzia di restituzione del capitale, destinati a quei soggetti che condividono e intendono sostenere la “mission” dell'Ente No-Profit soprattutto nel campo delle strutture socio-assistenziali o in relazione agli importanti adeguamenti alla normativa sulla sicurezza.

Va detto che a monte del reperimento di garanzie vi è un'istruttoria sugli strumenti valutativi che per gli enti del terzo settore è ovviamente diversa rispetto all'imprenditoria: si parla infatti di capacità di raccolta fondi, di importanza della governance, di capacità di mantenere equilibrio di missione e di finanza a seguito dell'avvicendamento fra i soggetti fondatori e i nuovi sostenitori, della cosiddetta “distribuzione della clientela” (sono gli stessi utenti delle Onlus, soggetti commercialmente intercettabili dallo stesso sistema bancario che ha sovvenzionato quella Onlus).

E' chiaro che per garantire un indice di insolvenza basso sarà propedeutico anche un rigore contabile superiore rispetto a quello imprenditoriale (adozione di una contabilità finanziaria, collegio dei revisori anche se non obbligatorio, bilancio sociale, ecc.), da cui la previsione di numerosi indicatori di salubrità molto superiore a quello tipico aziendale.

Non dimentichiamo in ogni caso quanto contenuto nei regolamenti UE e nei bandi FESR anche in merito al modello fidejussorio richiesto dall'Unione Europea; proprio i programmi EUSEF (fondi per le imprese sociali) e SIA (social impact accelerator, gestito dal Fondo Europeo per gli Investimenti, figlio della BEI Banca Europea degli Investimenti) prevedono partenariati fra pubblico e privato per affrontare il fabbisogno di capitale e magari collocare i bond emessi presso investitori professionali con idonea informativa sui rischi sottostanti.

Ma soprattutto, richiamando quanto ho affermato durante il mio intervento, varrà l'assunto secondo il quale il progetto presentato deve dimostrare di poter essere attuato prescindendo  dal finanziamento europeo, di sopravvivere ad esso: questa è la migliore garanzia.



Simone Boschi
Commercialista e Revisore legale dei Conti, Firenze